Minister Bronx
Quando si parla di gang giovanili del Bronx degli anni ’60 e ’70, è impossibile non pensare all’immaginario reso celebre dal film I Guerrieri della Notte (1979) e, anni dopo, al documentario Rubble Kings (2010), che racconta la vera storia delle crew e delle strade newyorkesi in quegli anni turbolenti. Dietro quei racconti di violenza, fratellanza e identità c’erano però anche realtà meno note, come quella dei Bronx Ministers, un gruppo bianco nato nei primi anni Settanta, il cui nome trae ispirazione da una squadra di baseball del 1962.

Prima che le giacche in acrilico in stile graffiti diventassero virali negli anni ’80, le gang storiche come i Bronx Ministers, i Bronx Reapers e i Black Spades dipingevano a mano i propri colori sulle giacche: un simbolo di appartenenza, protezione e orgoglio. I Bronx Ministers erano composti per lo più da giovani bianchi di origine italiana, irlandese, tedesca e di altre comunità europee del Bronx, e arrivarono persino a comparire in un servizio di ABC News nel 1973.
Ed è proprio attraverso le parole di Bobby che possiamo rivivere quell’epoca dall’interno.
"Ciao, mi chiamo Bobby Donnelly. Oggi conosciuto come Bobby D. Faccio parte di un programma di recupero in 12 passi, ma magari ne parlerò un’altra volta. Io ero un Bronx Minister all’inizio degli anni ’70 e sono qui per dare la mia testimonianza.
Come è iniziato tutto? Beh, il presidente Joey T. conosceva una squadra di baseball che si chiamava i Ministers, già negli anni ’60, e gli piaceva quel nome. Alcuni ragazzi si frequentavano, io non c’ero all’inizio. Mi unii un mese o due dopo. Ma loro scelsero quel nome, i Ministers, e così restò. Poi diventammo i Bronx Ministers, intorno al 1971 credo. Crescendo poi venimmo a conoscenza dei Black Spades, che avevano un loro simbolo. Così anche noi, sfogliando fumetti e simili, trovammo un teschio che ci piaceva e lo mettemmo sul retro delle nostre giacche. Sembrava bello. Eravamo fieri di indossarlo, ci piacevano i colori. Cercavamo di aiutarci a vicenda con quelle giacche. Ci proteggevamo anche grazie a esse. Così la gente sapeva chi eravamo.

Era il teschio di un prete incappucciato, morto. Non restava altro che il teschio. Il cappuccio calato, senza corpo sotto. E una croce in fiamme dietro. Perché era una comunità bianca. Sul retro delle giacche c’era scritto in alto “Ministers” e in basso “Bronx”. Rosso e bianco. E ovviamente avevamo anche una canzone simbolo, Sympathy for the Devil dei Rolling Stones.
Il primo nucleo dei Bronx Ministers era su Castle Hill Avenue, tra Castle Hill e Westchester. E tutto cominciò lì. Il nostro territorio era più o meno attorno a Castle Hill e Bruckner, forse un po’ oltre. Arrivava probabilmente fino a Morris Park e oltre. Andava da White Plains Road fino a Throgs Neck, nel Bronx. Lì c’erano anche i Bronx Aliens, che poi divennero Bronx Ministers. Eravamo abbastanza organizzati e molto uniti. C’erano anche gli “henchmen”. Richie Burnham era il presidente. Si unì a mio cugino Billy e divennero anche loro Ministers. Partirono da 183rd e Aqueduct, poi in altre zone, fino ad arrivare a 198th Street e Bedford Avenue. Quello era tutto territorio nostro.

Col tempo, il vicepresidente Billy Nielsen trasformò gli Henchmen in Bronx Ministers. Gli henchmen del Bronx erano una gang piuttosto grande. Anche i Bronx Aliens di Throgs Neck col tempo divennero Ministers. Arrivammo a contare poco più di 200 membri. Quanto durammo? Direi fino ai primi mesi del ’74, dal ’71 circa. Dopo quell’articolo sul blitz con l’arsenale e i Bronx Ministers, eravamo praticamente finiti. Ognuno prese la sua strada. C’erano grossi problemi nel gruppo. Alcuni ragazzi finirono dentro per crimini seri. E tanti si dispersero. Anche se in quell’articolo non citavano l’FBI, io ero lì durante il blitz e so che i federali c’erano. Credo che le gang di strada stessero diventando troppo grandi e decisero di colpirle duramente. Ma nei giornali non dissero nulla. Dopo quel blitz era praticamente finita. Molti di noi presero strade diverse, ma alcuni continuarono a frequentarsi. Un po’ di noi, provenienti da gang diverse, ci ritrovammo insieme e creammo una crew — ma quella è un’altra storia.
Io sono stato in gang da quando avevo circa 10 anni fino ai 20. La mia prima gang si chiamava gli Inwood Terrorists, e giravamo tra la 170th Street e Jerome Avenue. Poi entrai in altre gang fino ad arrivare ai Bronx Ministers. In generale, quello che significava stare in una gang era avere dei fratelli. Era una fratellanza. Facevi parte di qualcosa. Eravamo quasi sempre ragazzini poveri di strada. E quando una gang ti accoglieva, non c’era niente che eguagliasse quel sentimento di appartenenza. C’era un amore speciale tra fratelli. Eravamo pronti a tutto l’uno per l’altro. A morire l’uno per l’altro. E questo significava molto. Era speciale far parte di una gang. Io la vivevo così a quell’età.

Da bambino ero sempre attratto da cose folli, negative, pericolose. Finivo sempre con persone così. Perché, non lo so. Ma so che i Bronx Ministers furono un periodo speciale. Eravamo organizzati. Avevamo regole da seguire. Ci volevamo bene e vivevamo l’uno per l’altro. Era una festa continua, se mi chiedete. Un’altra cosa: allora io vivevo nei miei colori. Dormivo persino con i miei colori addosso. Vivevamo la gang 24 ore su 24. Certo, alcuni avevano lavori, sì. Ma i veri duri, i membri più tosti, la vivevano giorno e notte. Era la nostra vita, senza sosta. Succedeva sempre qualcosa. Ogni giorno c’era qualche casino. Raramente passava un giorno tranquillo. Quindi sì, vivevamo quella vita senza sosta. Non era come dire: “Oggi mi metto i colori e stasera esco”. Noi ci vivevamo dentro. Eravamo Bronx Ministers. Lo respiravamo."
Così si chiude la storia dei Bronx Ministers: un frammento dimenticato della New York degli anni ’70, fatto di fratellanza, pericolo e appartenenza.
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