Counter Culture
Counter Culture – L’archivio definitivo dello stile casual britannico
"Counter Culture" di Jay Montessori e Brendan Wyatt non è un semplice libro fotografico. È un monumento alla cultura casual, un archivio visivo e sociale che racconta 25 anni di moda working class britannica, dal 1977 al 2002. Un periodo in cui lo stile non era solo estetica, ma linguaggio, appartenenza e ribellione.
Con le sue 653 pagine e oltre 1.000 capi vintage fotografati con precisione maniacale, il volume è imponente (4,5 kg di pura storia) e affascinante come un reperto museale. Ogni sezione è curata nei minimi dettagli, dal taglio sartoriale delle immagini fino alla scelta dei materiali, tanto da trasformare questo libro in una vera “bibbia” dello street style britannico.

Il racconto parte dalla fine degli anni ’70, tra i soul boys e i primi football casuals, e attraversa le decadi che hanno definito l’identità di intere generazioni: i paninari, la cultura B-boy, i rave e l’hip-hop. In ogni capitolo si intrecciano moda, musica e classe sociale, mostrando come l’abbigliamento sia sempre stato un codice – un modo per dire chi eri, dove appartenevi, e cosa rifiutavi.
La forza di Counter Culture sta nella sua autenticità. Non è scritto da teorici della moda, ma da chi questa storia l’ha vissuta: tifosi, collezionisti, DJ, designer, ragazzi di strada che ricordano l’adrenalina di trovare una giacca Peter Storm o un paio di Adidas introvabili a Berlino.
Chris Staunton, ex buyer di Wade Smith Liverpool, lo riassume perfettamente:
“Questo libro non è solo un tuffo nel passato. È un archivio vivo dell’ossessione. È la Bibbia della counter culture, e pesa – davvero – tanto quanto il suo significato.”

Come racconta il volume, la trainer culture esplose a Liverpool negli anni Settanta, spinta dai tifosi del Liverpool FC che tornavano dai viaggi europei con sneakers rare, anticipando di decenni la cultura del collezionismo.
È lì che modelli come la Stan Smith o la Adidas Kick divennero simboli di status e di appartenenza, molto prima che la moda li riscoprisse.
Ma Counter Culture non racconta solo la Gran Bretagna: tra le sue pagine respira forte anche l’influenza italiana.
Marchi come Fila, Sergio Tacchini, Stone Island e il genio creativo di Massimo Osti hanno avuto un impatto enorme su questa sottocultura.
Dalle polo con le righe colorate alle giacche tecniche da tennis, fino ai capi sperimentali in materiali innovativi, l’Italia ha fornito ai ragazzi delle terraces britanniche l’estetica perfetta per distinguersi.Un’eleganza sportiva, funzionale e allo stesso tempo ribelle, che i casuals inglesi hanno trasformato in linguaggio visivo.
Ed è impossibile non provare un senso di orgoglio nel vedere come quella che era moda Made in Italy sia diventata parte integrante dell’immaginario culturale d’Oltremanica.
Ogni volta che un brand italiano appare tra le pagine di Counter Culture, si percepisce il rispetto e la devozione che i ragazzi inglesi provavano per quei capi: non erano semplici vestiti, ma simboli di status, di scoperta e di passione.
E vi diamo una piccola anticipazione: tra le pagine del libro scoprirete come negli anni ’90 sia diventato socialmente accettato – anzi, di tendenza – andare in giro con le maglie da calcio, italiane, se volete scoprire quali comprate il libro!

Ogni pagina è una finestra su un momento, su un capo, su un’emozione collettiva. E proprio per questo, come ha scritto Peter Hooton (The Farm):
“Counter Culture è il libro che tutti stavano aspettando. Un’opera d’arte destinata a essere ricordata per anni.”
Alla fine, non si tratta solo di guardare belle foto di abiti vintage.
Counter Culture è una mappa dell’identità britannica: racconta la trasformazione di ragazzi di provincia in icone di stile, il legame tra le terraces, i dancefloor e la strada. È storia sociale, cultura visiva e passione pura, racchiuse tra due copertine.
Una volta che lo hai tra le mani, non è un libro che scorre via. È uno di quelli che restano. “Un libro che pesa tanto quanto la cultura che rappresenta.”
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